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venerdì 9 gennaio 2015

UNO SPUNTO DI RIFLESSIONE DA NEW ITALIAN EPIC

"New Italian Epic - letteratura, sguardo obliquo, ritorno al futuro" è un libro scritto dai Wu Ming e pubblicato nel 2009. 
La raccolta si apre con il "memorandum" sul New Italian Epic, uno sguardo retrospettivo (1993-2008) che descrive come molti romanzi italiani ("oggetti narrativi non identificati") abbiano iniziato una sorta di dialogo tra loro in virtù di un comune sentire, un preciso lavoro sulla lingua, un'etica della narrazione che parte dalla consapevolezza dello sguardo obliquo sulla realtà e sugli eventi storici.
Seguono poi due saggi che esplorano la dimensione sociale e politica di questo nuovo modo di approcciarsi al mestiere del raccontastorie che viene descritto come una pratica di resistenza, perché "l'unica alternativa per non subire una storia è di raccontare mille storie alternative".

Sebbene, da un certo punto di vista sia passato molto tempo da quando il libro è uscito e sebbene, personalmente trovo che le fondamenta della riflessione proposta dai Wu Ming sia molto coerente e stimolante, pur non concordando su molti punti in cui il ragionamento di fondo si ramifica.

Di seguito, una parte del secondo intervento del libro: 
- Noi dobbiamo essere i genitori di Wu Ming 1 – Qualcosa di nuovo sotto il sole. 
(Pag. 118-124)



"Ogni atto artistico e letterario, ogni opera d'arte. Ogni romanzo reca i segni di ciò che accade intorno, in un modo o nell'altro. I tempi in cui viviamo sono condizionati dalla morte dei fondatori, dei “capostipiti”, dai genitori che se ne sono andati lasciandoci con problemi enormi. Noi siamo gli eredi delle loro allucinazioni, ormai ci rendiamo conto che la crescita, lo sviluppo, il consumismo, il prodotto interno lordo, tutto questo ci fa correre su un binario morto, e ci chiediamo se lungo la corsa vedremo uno scambio, e chi scenderà ad azionare la leva.

Stiamo cercando di capire che fare, ma i nostri pensieri sono ancora prigionieri dei vecchi frames concettuali, il che significa che anche le nostre parole sono prigioniere. Pensiamo ai movimenti che chiedono un calo di produzione e consumi. Chiamano questo processo decrescita. Decrescita non è nemmeno un antonimo, è una mera negazione del concetto opposto, ed in effetti ogni volta che diciamo “decrescita” diciamo anche “crescita”, e “crescita” è sentita come una parola buona, d'istinto la associamo a cose e positive, processi che sono necessari e benigni, come la crescita dei nostri figli, o la crescita di piante che possiamo mangiare. “Decrescita” non è una parola efficace, non funziona.

I nostri pensieri e vocaboli sono ancora prigionieri. Per anni abbiamo espresso i concetti in cui credevamo semplicemente aggiungendo prefissi come de- o post- (per esempio “postmoderno”) ai concetti in cui credevamo più. Sapevamo soltanto di essere post-qualcosa.

.....

La letteratura postmodernista si è a lungo concentrata sui “postumi” seguiti alla sbornia del moderno. Gli autori hanno sviluppato un tipo di ironia che all'inizio aveva un valore critico, e io sono contento che quei libri siano stati scritti, amo alcune di quelle opere, penso che dobbiamo tenerci il buono e portarcelo appresso lungo la via, scartando quello che non ci serve più; oppure se preferite un'altra metafora, dobbiamo ricostruire su quelle fondamenta, ma per ricostruirci sopra dobbiamo prima demolire la casa squinternata che c'è adesso.

Il problema del postmodernismo è che ha generato un esercito di seguaci e imitatori, e presto si è ubriacato di sé stesso, si è intossicato della propria ironia, del proprio sarcasmo e disincanto. L'ironia si è fatta sempre più fredda e anaffettiva, il che era perfetto per il nuovo spirito dei tempi: il disincanto ha invaso e impregnato l'intero paesaggio artistico e mediatico, finché ad un certo punto, probabilmente negli anni Ottanta, è diventato il sentimento dominante della cultura occidentale. Nulla andava più preso sul serio. Se prendevi qualcosa sul serio facevi la figura del seccatore.



Vorrei citare lo scomparso David Foster Wallace. Questo è uno stralcio da una famosa, classica intervista …...



Questi ultimi anni dell'era postmoderna mi sono sembrati un po' come quando sei alle superiori e i tuoi genitori partono e tu organizzi una festa. Chiami tutti i tuoi amici e metti su questo selvaggio, disgustoso, favoloso party, e per un po' va benissimo, è sfrenato e liberatorio, l'autorità parentale se ne è andata, è spodestata, il gatto è via e i topi gozzovigliano nel dionisiaco. Ma poi il tempo passa e il party si fa sempre più chiassoso, e le droghe finiscono, e nessuno ha soldi per comprarne altre e le cose cominciano a rompersi, a rovesciarsi e ci sono bruciature di sigarette sul sofà, e tu sei il padrone di casa, è anche casa tua, così piano piano cominci a desiderare che i tuoi genitori tornino e ristabiliscano un po' di ordine, cazzo.... Non è una similitudine perfetta, ma è come sento la mia generazione di scrittori intellettuali o qualunque cosa siano, sento che sono le tre del mattino e il sofà è bruciacchiato e qualcuno ha vomitato nel portaombrelli e noi vorremmo che la baldoria finisse. L'opera di parricidio compiuta dai fondatori del postmoderno è stata importante, ma il parricidio genera orfani, e nessuna baldoria può compensare il fatto che gli scrittori della mia età sono stati orfani letterari negli anni della loro formazione. Stiamo sperando che i genitori tornino, e chiaramente questa voglia ci mette a disagio, voglio dire: c'è qualcosa che non va in noi? Cosa siamo, delle mezze seghe? Non sarà che abbiamo bisogno di autorità e paletti? E poi arriva il disagio più acuto, quando lentamente ci rendiamo conto che in realtà i genitori non torneranno più – e che noi dovremo essere i genitori.



Da quell'intervista sono passati quindici lunghi anni, Wallace non è più tra noi e finalmente capiamo quanto avesse ragione. Noi dobbiamo essere i genitori, i capostipiti, i nuovi fondatori. Abbiamo bisogno di riappropriarci di un senso del futuro, perché sotto il sole sta accadendo qualcosa di radicalmente nuovo. È un pericolo senza precedenti, è un grosso problema e il disincanto non è la soluzione migliore.



A mio avviso il dispotismo dell'ironia ha prodotto una sindrome sociale affine all'asimbolia del dolore. L'asimbolia del dolore è una sindrome neurologica causata da un danno alla corteccia insulare del cervello. Non rispondi al dolore in modo emotivo, o dai la risposta emotiva sbagliata: ti metti a ridere.

Noi ridiamo perché la risata è utile dal punto di vista dell'evoluzione. Ridere a che fare con il sollievo dopo un falso allarme. Quando qualcuno ti racconta una barzelletta, la tensione cresce e sei sempre più curioso, vuoi sapere come va a finire. Le migliori barzellette ti tengono all'erta per quello che sembra essere un tempo lunghissimo, e il tuo cervello si fa sospettoso, e alla fine ti trovi sulla difensiva, ma poi la battuta finale dà alla storia una torsione inaspettata, la tensione si scarica e ridi.

È anche il motivo per cui il solletico fa ridere: all'improvviso qualcuno fa per toccarti, istantaneamente ti metti sulla difensiva, infatti irrigidisci i muscoli, ma poi quella persona non ti fa davvero male, si limita a toccarti e stimolarti in un punto insolito, e allora il tuo cervello dice: “era un falso allarme!”, e ti metti a ridere.

Una risata segnala che è tutto a posto, significa: “Non c'è da preoccuparsi”. È probabile che il ridere sia evoluto da un verso ritmato che i nostri antenati emettevano dopo un falso allarme. Il resto del branco lo udiva e tutti si sentivano sollevati: non c'era bisogno di fuggire o di combattere. Ovviamente, quando il pericolo era reale e qualcuno o qualcosa procurava autentico dolore, il cervello dava la corretta risposta emotiva, non c'era sollievo, nessuno rideva, tutti fuggivano o combattevano.

Ma quando soffri di asimbolia del dolore, quella parte del cervello non funziona più, il circuito non si chiude, niente ti dice che questa volta è vero, che non si tratta di un falso allarme, e finisce che dài la risposta emotiva sbagliata. Ti sfondo la faccia a calci, e tu ridi.

Negli anni Ottanta e Novanta una gran parte della cultura occidentale ha iniziato a confondere dolore e solletico. Pian piano abbiamo perso la facoltà di distinguere un dolore vero da uno falso: sentivamo o eravamo testimoni di grandi dolori, e reagivamo ridacchiando. L'ironia era ovunque. Nel frattempo era caduto il muro di Berlino, l'Occidente aveva vinto e c'era persino che era finita al storia, e durante gli anni Novanta tutti ridacchiarono ancora di più. Certo, non nell'ex Iugoslavia o in Ruanda, ma nel cuore dell'impero molte persone, soprattutto gli artisti, erano molto cool e ironiche e sghignazzanti e intente a farsi l'occhiolino a vicenda.

I nostri compagni umani sono neuralmente programmati per associare le risate ai falsi allarmi, quindi conclusero che non c'era pericolo...



… poi scoppiò la bolla della cosiddetta “New Economy”, e subito dopo ci fu l'11 settembre, poi la cosiddetta “Guerra al Terrore” e l'invasione in Iraq, poi arrivarono i bombaroli kamikaze a Madrid e nel Tube di Londra, e adesso l'economia globale sta franando, ma in molti continuano a non capire quanto la situazione sia pericolosa, e intanto il ghiaccio dei poli si scioglie, il petrolio sta arrivando al picco di estrazione prima del previsto, e si stanno esaurendo le scorte di metalli, nel giro di pochi decenni niente più rame, niente più ferro, niente più cadmio … .

E' chiaro che essendo io un romanziere e amando la letteratura (le due cose non vanno sempre insieme), mi interessa, vedere come la mia professione possa evolversi di fronte a questi pericoli. Ciò che mi preme è trovare nella letteratura di oggi un diverso approccio etico allo scrivere, oltre il disincanto di ieri. Una piena assunzione di responsabilità difronte a quel che accade su scala planetaria. Ed essendo un romanziere italiano, sono ancora più interessato a vedere cosa accade nella letteratura di quel paese. Si comincia sempre da dove ci si trova, e l'Italia è sempre un posto interessante da cui cominciare, un notevole laboratorio (tanto per usare un eufemismo). Di recente ho trovato molti segnali interessanti nella letteratura italiana, ne ho scritto e ne ho discusso, è in corso un dibattito ed è per questo che sono qui.



In Italia si usa di frequente un'espressione: “l'anomalia italiana”. Vi sono serie ragioni storiche per cui l'Italia è così diversa dal resto d'Europa e la logica della vita sociale appare impenetrabile o addirittura inesistente. Farò conto che tutti in questa sala siano al corrente di tali ragioni, o almeno alcune. C'è di mezzo la Guerra fredda, eccetera. Diciamo solo che dopo la caduta del Muro per l'Italia iniziò una fase tumultuosa che va avanti ancora oggi. Nel 1993 crollò il vecchio establishment politico, i più grandi partiti si dissolsero e vi fu un improvviso liberarsi di energie incontrollabili.

Nemmeno nei più scatenati sogni ad occhi aperti la sinistra rivoluzionaria degli anni Settanta aveva previsto alcunché del genere, anche se l'esito è parso più simile a una controrivoluzione: da quei giorni lo spettro politico della società italiana si è spostato sempre più a destra."



sabato 27 dicembre 2014

UNO SPUNTO DI RIFLESSIONE DA NEW ITALIAN EPIC-WU MING

New Italian Epic, capitolo 2. Sentimento nuevo: paragrafo 3. la morte del Vecchio, paragrafo 4. Straniamento, paragrafo 5. La forma-passeggiata, paragrafo 6. 1993, paragrafo 7. Fusione di etica e stile nello "sguardo obliquo"(pagina 74- 82).

"3. La morte del Vecchio.
 .......

"Il tempo in cui scriviamo è segnato nel profondo dalle morti dei fondatori, dei capostipiti, dei "padri" che scompaiono lasciandoci orrende gatte da pelare. Noi siamo gli eredi di illusioni già evaporate: sappiamo che lo sviluppo corre su un binario morto, ma non sappiamo azionare il cambio. Le parole con cui cerchiamo di definire il cambiamento sono ancora negazioni, nate progioniere del frame avversario ("decrescita"), oppure si limitano a definirci posteri/postumi di qualcosa: postfascisti, postcomunisti, post-postmoderni, Seconda Repubblica, eccetera. [...] Diverse opere scritte oggi registrano la nostra condizione di postumi, e la rappresentano in allegoria, un'allegoria profonda. Molti dei libri che ho dfefinito "New Italian Epic" trattano del "buco" lasciato dalla morte di un "Vecchio", un fondatore, un leader o demiurgo. A volte proprio questo epiteto è usato come antonomasia: "il Vecchio".

.............

Non può essere una semplice coincidenza.
Accorgersi della ricorrenza del "Vecchio" come personaggio-assenza è un passo lungo il sentiero di lettura che ho chiamato "allegoritmo".
Si può dire che la morte del Vecchio sia il mitologema di molte opere Nie. Riprendo un termine usato dal mitologo Karoly Kerenyi: un mitologema è un "ammasso" di "materiale mitico", un insieme di racconti conosciuti formatosi nel tempo intorno a un tema, un soggetto, un racconto-base. Tale materiale è riplasmato senza sosta, rinarrato, modificato, in letteratura, nell'entertainment, nella vita quotidiana.
Un esempio di mitologema è l'arrivo nel mondo di uno straniero privo di nome e/o di passato che distrugge i vecchi equilibri, vendica i soprusi, rigenera la vita e di nuovo scompare. E' il "mitologema Yojimbo" (protagonista dell'omonimo film di Kurosawa, 1961), o "mitologema-Shane" (cfr. Il cavaliere della valle solitaria, pietra miliare del western datata 1953). L'opera più famosa di queto mitologema è Per un pugno di dollari di Sergio Leone (1963), che ricalca Yojimbo, che a sua volta si ispira al romanzo Red Harvest di Dashiell Hammett (1929). Altri film sono Il cavaliere pallido di Clint Eastwood (1985), Last Man Standing di Walter Hill (1996)e Coyote Moon di John G. Avildsen (1999). Anche i romanzi di Valerio Evangelisti Il corpo e il sangue di Eymerich (1996) e Antracite (2003) riplasmano questo mitologema.
Altro esempio di mitologema è l'uomo onesto che, vittima di un abuso di potere, si da alla macchia e diventa fuorilegge.

4. Straniamento

Ho scritto che il mio uso dell'aggettivo "epico" non ha nulla a che vedere con il cosidetto "teatro epico". Secondo Girolamo De Michele, l'affermazione  è troppo drastica e ha ragione. Certe opere della produzione Nie hanno infatti elementi in comune col "teatro epico" di Bertol Brecht. In alcune di esse, per esempio, si ostacola l'immedesimazione del lettore con l'eroe e il suo destino. L'eroe è ridotto a puro vettore dell'azione, privo di profondità psicologica, dunque non può esservi catarsi, la "scarica" finale delle emozioni provate immedesimandosi nell'eroe. Per dirla con Walter Benjamin, "anziché immedesimarsi nell'eroe, il pubblico deve piuttosto impare a stupirsi delle situazioni nelle quali questi si muove" (W. Benjamin, Che cos'è il teatro epico, 1938 - in L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica).
Tale sorpresa si verifica mediante interruzioni dell'azione, attimi di "congelamento", veri e propri e propri tableaux: l'eroe epico se li ritrova davanti e così si produce "straniamento".
Prendete un extraterrestre alto dieci centimentri e ignaro di cosa sia il cristianesimo, teletrasportatelo dentro un presepe: ecco il lettore.
Tale "straniamento", tipico della drammaturgia brechtiana, si ritrova in alcuni libri di Valerio Evangelisti (Noi saremo tutto e il "dittico messianico") e di Giuseppe Genna, ma anche in Free Karma Food di Wu Ming 5, e vi ricorre spesso anche in Corrado Lucarelli in L'ottava vibrazione.
Il libro di Evangelisti (vedasi ancora il dittico messianico) hanno almeno un'ltra caratteristica in comune col "teatro epico", quell di procedere a "scossoni" che 
[...] staccano ogni situazione dall'altra. Così si generano intervalli che tendono a limitare l'illusione del pubblico [...]. QUesti intervalli sono riservati allle sue prese di posizione critiche (nei confronti dei comportamenti dai personaggi e del modo in cui vengono rappresentati).

5. La forma passeggiata.

La "forma passeggiata" (l'erranza, l'andare a zonzo) che Girolamo De Michele, usando un'intuizione di Deleuze, individua nel neorealismo, è uno degli elementi che ritroviamo nel Nie.
Nel suo l'immagine-movimento (1983), Deleuze descrive le "erranze" del cinema neorealista come situazioni in cui

[...] il personaggio non sa come rispondere, spazi in disuso in cui smette di sperimentare e agire, per entrare in fuga, in un andare a zonzo, in un andare e venire, vagamente indifferente a quel che gli succede, indeciso sul da farsi. Ma ha guadagnato in veggenza ciò che ha perso in azione o reazione: egli VEDE, cosicché il problema ddello spettatore diventa: "cosa c'è da vedere nell'immagine?" e non più: "cosa si vedrà nell'immagine seguente?"(Deleuze L'immagine-movimento, 1984).
L'andare-a-zonzo è inoltre la situzione in cui si coglie "qualcosa di intollerabile, d'insopportabile [...] qualcosa di troppo potente, o di troppo ingiusto, ma a volte anche di troppo bello...".
Anche in 54 c'è la forma di andare-a-zonzo: il discorso libero indiretto segue ciascun personaggio in uno o più andirivieni protesi a far emergere - a conati di incertezza, scoperta dell'intollerabilee veggenza - il contesto, il quartiere, i vissuti personali, le relazioni tra gli spazi e i personaggi. Angela e Pierre passeggiano non insieme bensì in parallelo, stando ai lati opposti di via Indipendenza (nomen omen). Incertezza-intollerabilità della loro relazione-veggenza: fotografia di un amore senza futuro. E ancora la passeggiata notturna di Ettore fino a Porta Lame; incertezza del dopoguerra-intollerabilità della sconfitta-veggenza: Ettore abita già la morte. Poi gli spostamenti dentro al casinò di Cannes, eccetera.
[Il passeggiare può essere sovversivo, dare fastidio al potere: nel 1843, tuonando contro l'influenza corrutrice dei feuilettons e soprattutto di I misteri di Parigi di Eugene Sue, un deputato francese accusò il "Journal des debats" - che pubblicava il romanzo a puntate - di far passeggiare da un anno i suoi lettori per le fogne di parigine" (corsivo mio).]

6. 1993.

Il campo di forze che chiamo "New Italian Epic" è formato da un insieme di opere letterarie, di ampio respiro tematico e narrativo, scritte in Italia in lingua italiana a partire dalla fine della Guerra fredda - o meglio, dallo smottamento politico del 1993, conseguenza domestica del crollo del "socialismo reale".
Insomma opere figlie del terremoto che pose fine al vecchio bipolarismo, concepite e scritte in questa Seconda Repubblica, con alcuni salti di fase (giri di boa, eccetera) determinati da eventi come la guerra in Iugoslavia, il G8 di Genova, l'11 settembre, l'invasione dell'Iraq. Opere che di tali sconvolgimenti recano tracce - esplicite o, più sovente, in allegoria - anche a prescindere dall'intenzione dell'autore.
Ragion per cui, cercare il Nie in opere precedenti a quegli eventi è operazione che ignora la premessa. Non si vede come un'opera scritta prima della caduta della prima Repubblica possa ver tenuto conto di tale caduta.
Nelle opere Nie è frequente che l'allegoria di questi anni si rifranga a ogni grandezza, come un frattale che contiene sé stesso ad infinitum. Ogni elemento pare contenere in microcosmo l'allegoria, estrapolabile e autosufficiente. A volte salta agli occhi, come ne lromanzo di  Flavio Santi L'eterna notte dei Bosconero (2006), quandfo di un personaggio si racconta: 
Una volta in stalla si era spogliato e spalmato d imerda. "Ecco l'unto del Signore", proruppe soddisfatto allora, come un bambino che ha imparato da solo ad andare a cavallo.

[Per quanto quest'allegoria a chiave rimarrà percepibile? Oggi sappiamo che "Unto del Signore" è una delle antonomasie di Berlusconi. Ma in futuro?]
Allegorico in ogni minuto dettaglio, pur non essendo riconducibile a una sola "chiave", è Al Diavul di Alessandro Bertante(2008). L'ascesa del fascismo è raccontata dal punto di vista di Errico, figlio di artigiano anarchico che vive in un paesino piemontese, contesto a tal punto inerte che per fare politica si deve andare nel paesino a fianco. Nella prima parte del romanzo echeggia la condizione dei treanta-quarantenni di oggi, congelati in una postadolescenza in cui pare non succedere niente. Quando alla buonora Errico espatria, non c'è lettore del 2008 che non tiri un sospiro di sollievo, perché è un espatrio mentale, un espatrio vicario dell'Italia di oggi
Addirittura al "fotta" di raggiungere la Barcellona del 1932 è descritta modo da alludere ad un mito odierno, molto diffuso nella sinistra italiana di oggi: la Spagna "laica" e  "illuminista" di Zapatero, meta di molti connazionali in fuga. E' un mito figlio di ingenuità ed esagerazioni, am ha un basamento concreto nella frustrazione che ingenera il confronto tra i due paesi.
Avevo una grande forza, - racconta Errico. - E la sentivo crescere man mano che la Spagna si faceva vicina. La Spagna non era solo la mia ultima meta del viaggio. La Spagna era la mia redenzione.

7. Fusione di etica e stile nello "sguardo obliquo".

E' uno dei passaggi più controversi del memorandum, perché l'ho esteso sul paragrafo sullo sguardo "ecocentrico", mio personale esercizio di visualizzazione che ha fatto discutere.
L'adozione di punti di vista "inusitati", se motivata e non ridotta a mero giochino, è una presa di posizione etica ineludibile. Noi siamo intossicati dall'adozione di punti di vista normali, prescritti, messi a fuoco per noi dall'ideologia dei dominanti. E' imperativo depurarsi, Cercare di vedere il mondo in altri modi, sorprendendo noi stessi.
Oltre agli esempi già fatti, si potrebbe ricordare che in Scirocco di De Michele (2005) l'io narrante privo di nome continua a narrare anche post mortem, per il tempo necessario a descrivere il proprio funerale da dentro la bara (capitolo I della sesta parte).
E' un narratore non onniscente, anzi: fraintende una scena al margine delle esequie, descrivrendola come "una lite tra barboni". Poi si eclissa, addio per sempre l'io narrante non c'è più e mancano ancora novanta pagine alla fine! Non subito (che sarebbe banale), ma tre capitoli più avanti, il funerale è ridescritto da altri punti di vista, il lettore capisce cos'è accaduto, il rapporto si rovescia e ciò che stava al margine diviene centrale. La catarsi avrà luogo senza il personaggio fin lì più importante.
Nel romanzo seguente, la visione del cieco (2008), diverse scena chiave sono descritte dal punto di vista di un gatto, Merlino, unico testimone di un delitto:
suonoporta: clac-clac-cllac: aperto
luce
odoreumano:formeumane:odorenonsaputo
avvicinante saltante
scarpaveloce avvicinante: brutto: allontanante

Lungi dall'essere un espediente gratuito, la scelta trasuda com-passione verso i viventi non-umani.
Nel racconto L'insurrezione (2008), Antonio Moresco adottta una visione "apicale" della prima del Nabucco di Verdi, visto da sopra le teste dei cantanti. Collocandoci a un ipotetico "zenit" del Risorgimento (del suo melodrammma-simbolo), l'autore inaugura una sequela di straniamenti che mettono in questione ogni cliché sui miti delle origini."



"Il mio non è un romanzo a "schidionata", ma "a brulichio" e quindi è comprensibile che il lettore resti un po' disorientato." 
(Pier Paolo Pasolini, Petrolio, appunto 22a.)





lunedì 27 ottobre 2014

LA PO-ETICA DEL RACCONTA STORIE, NEW ITALIAN EPIC, UNO SPUNTO DI RIFLESSIONE

Nel prossimo post inizierò ad affrontare lo storyboard. Storyboard è un termine inglese che può essere tradotto con "tavola del racconto".
Lo storyboard è uno strumento fondamentale dell'arte sequenziale poiché è la rappresentazione per immagini di un'idea.

Credo che in un tempo in cui ogni cosa sembra farsi racconto ogni "racconta storie" debba mettere bene a fuoco la sua missione cercando la quadratura del cerchio tra la sua ossessione di raccontare e la consapevolezza nel fatto che le storie siano indispensabili per cogliere la realtà.
Oggi il fiume delle storie ha inondato la comunicazione a 360 gradi e le storie arrivano direttamente alle persone, oggi è più facilmente percepibile il fatto che se una storia viene raccontata con costanza, diviene funzionale alla creazione di una visione del mondo condivisa (basti pensare, nell'ambito della politica economica, ai vari mantra a supporto delle politiche di austerity e flessibilizzazione del lavoro). D'altro canto, le stesse storie diventano efficaci proprio perché oltre al fatto di rivolgersi alla ragione, connettono emozioni e visioni del mondo, fatti e sentimenti dando vita ad un incantesimo potente, ma mai totale.
Il potere magico di una storia risulta ridimensionato laddove molti bambini possono credere contemporaneamente che Babbo Natale porti i regali a tutti ma che questi siano stati acquistati dai loro genitori e parenti, laddove il Re voglia far credere al popolo di essere il figlio del Sole ma il popolo lo sbeffeggi e racconti altri miti, laddove il titolare di un Hedge Fund affermi di speculare sul valore di immobili di pregio a solo scopo cautelativo dei creditori chiamando in causa la figura del legislatore a fronte dell'incongruenza ed insostenibilità dello scenario in cui opera messogli dinnanzi da un giornalista, laddove lo "scienziato" a capo del Governo, per rimediare ad una situazione di crisi economica inasprisce l'utilizzo degli stessi strumenti che hanno generato ed acuito la situazione avvalendosi di studi accademici a sostegno della sua azione, peggiorando di fatto la situazione, dove l'unico scenario è quello che vede l'aumento o la diminuzione della velocità che conduce al baratro dell'insostenibilità.

Nel libro New Italian Epic (Letteratura, sguardo obliquo, ritorno al futuro), in un passo del saggio conclusivo "La salvezza di Euridice", Wu Ming 2 affronta l'importanza delle storie e la missione dei "canta storie" attraverso la seguente allegoria:
"L’immaginario è una palude, un universo anfibio. Chiamiamo realtà  l’affiorare di un’isola. Dove alcuni  vedono un lago, altri passano con l’acqua alla caviglia. Dove alcuni vedono terra, altri affondano nel fango. Le storie sono pietre di fiume. Anche le più solide sono fatte di sabbia, e se le metti nel fuoco scoppiano come bombe, perché hanno dentro l’umidità. Si possono lanciare come armi o come attrezzi da giocoliere. Ci si può costruire un rifugio o una diga. Si possono buttare nell’acqua per vedere gli spruzzi o per far emergere un guado. A noi la scelta, purché teniamo conto che c’è una comunità di persone che deve muoversi nella palude, e noi ne facciamo parte. In certi momenti, sarà bello sollevare gli animi di qualcuno, facendo il saltimbanco con una pietra sulla testa. Ma il problema di attraversare il pantano resterà irrisolto."

Sempre nello stesso saggio Wu Ming 2 pur condividendo la tesi dello scrittore francese Christian Salmon "la palude è squassata dai bombardamenti e l’uso che faremo delle nostre pietre non può che tenerne conto. Bisogna resistere alla violenza simbolica del potere", critica "l’abbozzo di strategia che egli prende in prestito dall’ultimo manifesto artistico di Lars von Trier":
"La parte di mondo che cerchiamo non può essere circoscritta da una «storia», o avvicinata seguendo «un’angolazione ». Storia, argomento, rivelazione e sensazione ci hanno sottratto questo soggetto: il resto del mondo, che non è facile da trasmettere, ma senza il quale ci è impossibile vivere. Il nemico è la storia. La sfida del futuro è vedere senza guardare: sfuocare!"
lo stesso Wu Ming 2 conclude affermando:
"Questa lode dell’ineffabile non è altro che una ritirata venduta per contrattacco. Poiché l’immaginario è un pantano, e molte mappe a disposizione sono contraffatte, meglio rinunciare a qualunque percorso e farsi guidare dall’istinto, dal sesto senso, dalla mano di Dio.
Salmon sogna una contronarrazione, capace di inceppare la macchina per fabbricare storie. La proposta ha un vago sapore luddista: qualcun altro ci ha insegnato che il controllo della macchina è molto meglio della sua distruzione. Occorre imparare a usarla, dare e prendere lezioni di guida. Studiarne insieme la manutenzione, averne cura.
Se una contronarrazione esiste, non sarà un sasso  nell’ingranaggio. Non sarà una smentita infilata nelle storie altrui, con l’unico effetto di raccontarle di nuovo. La macchina mitologica ci aiuterà a costruirla, e le pietre di fiume saranno la materia prima. L’unica alternativa per non subire una storia è raccontare mille storie alternative."